Articolo uscito su Bollettino Parrocchiale Mori e la sua gente del Autunno 2025 n° 108
Ogni giorno, da quando sono tornata dalla Tanzania, mi ritrovo a pensare a cosa questa esperienza mi abbia davvero lasciato. Mettere ordine nei pensieri non è stato semplice, è stato un incontro con una realtà diversa, capace di scuotere e trasformare, così ho deciso di ripercorrere il viaggio attraverso le riflessioni che ho annotato lungo il cammino.
La Tanzania è una terra che sembra vivere a un ritmo tutto suo, sospesa tra passato e presente. In macchina guardo fuori dal finestrino: verdi colline si alternano a villaggi di terra rossa. Tante donne portano in grembo i loro bambini e tante altre li portano sulla schiena avvolti in stoffe colorate. Macinano chilometri a piedi, con sacchi e secchi sulla testa, sotto il sole cocente di mezzogiorno, con ai piedi semplici infradito di plastica. Le osservo camminare con una forza che sorprende, con la dignità silenziosa di chi non ha scelta. Passando per la strada intravedo tre bambini che giocano con i copertoni delle bici facendoli scivolare sulla terra bruciata dal sole e rincorrendoli scalzi, ridono, si divertono. Vedo bambini al pascolo con le mucche, sono piccoli, avranno sei o sette anni al massimo, da soli con una decina di bestie. Loro non studiano, non hanno l’opportunità di farlo. Mi chiedo come sia possibile che il mondo sia così diverso qui, che le cose che noi diamo per scontate siano un privilegio. Eppure, mi dico, viviamo tutti sotto lo stesso cielo.
In Tanzania c’è un tempo giusto per ogni cosa. Pole pole, “piano piano”, è molto più di un modo di dire: è un approccio alla vita. Le persone non hanno fretta, si dedicano a ciò che serve oggi, senza l’ansia di correre al domani. Una filosofia che, almeno per un po’, mi ha permesso di dimenticare la frenesia delle nostre giornate, la continua corsa che ci porta tutti i giorni al lavoro e a dover svolgere le mansioni quotidiane, la necessità di dimostrare ed eccellere sempre. Il cuore del mio viaggio è stato l’arrivo a Tura. Qui, ogni mattina, i bambini si svegliano alle sei, vanno a messa, fanno colazione e si preparano per la scuola. I più grandi aiutano i più piccoli: nessuno viene lasciato indietro. Le divise lavate e le scarpe spolverate dalla polvere argillosa che contraddistingue questa zona, vengono indossate con orgoglio. La giornata prosegue tra lezioni, compiti e momenti di gioco. Non hanno videogiochi, né televisione, né cellulari, eppure la loro fantasia è inesauribile: i tappi di plastica delle bottiglie diventano biglie, i tappi corona vengono trasformati in carte del memory, la sabbia si fa tavolo da gioco. Cantano, ballano e giocano con le mani. La cena è sempre la stessa, mangiano ugali e fagioli, tutte le sere. Dicono che a loro piaccia tantissimo.
Chiedo loro cosa vogliono fare da grandi, mi rispondono con convinzione: “dottore”, “pilota”, “ingegnere”, “maestro”. Nonostante le difficoltà, hanno una forza che li spinge a immaginare un futuro diverso. Quindi, penso, è vero che non hanno molto, ma sicuramente hanno le cose più importanti di tutte. Hanno la speranza, la speranza di poter studiare e poter diventare quello che vogliono loro. Hanno i sogni e la capacità di poter sognare un futuro migliore per sé e per i loro amici e fratelli che li circondano. Mi fanno domande sulla nostra vita in Italia e quasi mi dispiace raccontare della poca speranza che è rimasta a noi, in un sistema che non ci sembra funzionare. Mi vergogno a pensare a quanto ci lamentiamo nella nostra quotidianità. Quindi sorrido, e dico che quando un giorno mi verranno a trovare qui vedranno con i loro occhi il posto in cui viviamo.
Ed è proprio qui che comprendo quanto l’istruzione sia cruciale. In un Paese dove le scuole pubbliche spesso contano centinaia di bambini per classe, garantire un’educazione adeguata diventa una sfida enorme. È per questo che il lavoro dell’associazione Kusaidia assume un valore immenso. Negli ultimi anni, l’associazione ha scelto di investire nell’istruzione qui, a Tura, sostenendo la scuola “Sant Raphael” che oggi accoglie circa 160 bambini tra asilo e primaria. Durante il nostro viaggio, abbiamo visto con i nostri occhi i frutti di questo impegno e i progetti che stanno prendendo forma.
Tra i tanti progetti portati avanti, quello attuale, la Casa dello Studente, si compone di tre edifici che diventeranno un dormitorio maschile, uno femminile e una zona comune con mensa, spazi studio, infermeria e segreteria. Una struttura che potrà accogliere un centinaio di studenti, dando la possibilità anche ai ragazzi dei villaggi più lontani di frequentare la scuola.
Ad aprile 2025 sono iniziati i lavori: il terreno è stato scelto, il progetto tracciato. La costruzione della Casa dello Studente non rappresenta soltanto un luogo fisico, ma un ponte verso il futuro, un investimento concreto sulla speranza. Quello che porto a casa da questa esperienza non è solo il ricordo dei paesaggi mozzafiato, dei villaggi polverosi o delle mani che stringono le tue con curiosità. Porto con me la certezza che l’istruzione è la chiave per liberare il potenziale di questa terra. Non sfruttare le risorse, ma coltivare i talenti. Non imporre modelli, ma incoraggiare sogni. Tura e i bambini che ho conosciuto mi hanno insegnato che, anche quando sembra non ci sia nulla, resta la speranza. E forse, in fondo, è proprio la speranza l’eredità più preziosa che la Tanzania mi ha donato. Perché nonostante le distanze, nonostante le differenze, viviamo tutti sotto lo stesso cielo.
Anna Tonini


